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Dal dono alla vista ritrovata
La cornea è la finestra trasparente dell’occhio che lascia entrare la luce e permette di mettere a fuoco il mondo. Quando si opacizza per malattie come cheratocono o distrofia endoteliale di Fuchs, per infezioni o traumi, l’unica via per riacquistare la vista è spesso il trapianto. Questo è possibile solo grazie ai donatori che, prima della morte, esprimono la volontà di lasciare i propri occhi. Molti utenti del web raccontano di aver riacquistato la vista grazie a cornee donate e di essere riconoscenti a chi ha compiuto questo gesto; altri descrivono l’emozione di aver firmato la donazione per un familiare defunto, confidando che quel tessuto restituisca la luce a qualcun altro.
Quando un donatore muore, inizia il lavoro della banca degli occhi. In poco tempo gli operatori recuperano i bulbi oculari e li portano in laboratorio. Qui controllano che non vi siano malattie contagiose e che il donatore non soffrisse di patologie che possano comprometterne l’utilizzo. Fino a poco tempo fa, per esempio, molte banche escludevano le cornee di persone diabetiche. Uno studio multicentrico statunitense del 2025 ha però dimostrato che i trapianti di tessuto proveniente da donatori diabetici funzionano tanto bene quanto quelli da donatori senza diabete. La ricerca ha quindi ampliato il bacino di potenziali donatori, aumentando la disponibilità di tessuti.
Una volta verificata l’idoneità, la cornea viene separata dal resto del bulbo, immersa in soluzioni di conservazione e analizzata al microscopio. Per valutare la salute dell’endotelio (lo strato di cellule che mantiene la trasparenza), gli operatori usano speculari microscopia o sistemi automatizzati che quantificano il danno cellulare. Tecnologie recenti, come un software di analisi sviluppato da una banca degli occhi statunitense, permettono di misurare l’intero endotelio e ridurre gli scarti. In tal modo i chirurghi possono scegliere il tessuto più adatto e diminuire il rischio di rigetto.
Tecniche chirurgiche sempre più raffinate
Il trapianto non è più un intervento “a tutto spessore” come un tempo. Oggi si cerca di sostituire solo la porzione malata della cornea per accelerare la guarigione e ridurre la probabilità di rigetto. Nella distrofia endoteliale, ad esempio, si utilizza la Descemet Membrane Endothelial Keratoplasty (DMEK), che sostituisce esclusivamente l’endotelio. Nel 2025 uno studio su oltre mille pazienti ha dimostrato che, a un anno dall’intervento, non c’erano differenze nei risultati fra riceventi di cornee da donatori diabetici e non diabetici. Altre tecniche emergenti includono la Descemet Membrane Anterior Keratoplasty (DMAK), sperimentata in una sperimentazione clinica su venti pazienti affetti da aniridia e cicatrici superficiali; in questo caso il chirurgo appone un anello ricavato dalla membrana di Descemet del donatore sulla superficie dell’occhio, permettendo alle cellule staminali limbalari del ricevente di ricrescere e ripristinare l’epitelio.
Per le forme più avanzate di Fuchs o quando non è disponibile un donatore, la ricerca sta esplorando soluzioni innovative. In Giappone sono stati iniettati nell’occhio di pazienti con distrofia endoteliale colture di cellule endoteliali prelevate da cornee donate e moltiplicate in laboratorio; dopo tre anni, l’73 % degli occhi trattati era ancora chiaro. Altre tecniche utilizzano supporti di idrogel per creare strati di cellule pronti per l’impianto. Per chi ha subito ripetuti rigetti o non può ricevere un trapianto, dispositivi sintetici come l’EndoArt®, una membrana ultrasottile in silicone che sostituisce l’endotelio, stanno dando risultati promettenti. A ciò si aggiungono le sperimentazioni con cellule derivate da staminali pluripotenti indotte (iPSC), che potrebbero offrire in futuro una riserva illimitata di tessuto.
Il valore sociale ed economico del dono
Il trapianto di cornea non restituisce solo la vista: ha anche un enorme impatto sociale ed economico. Secondo una recente analisi dell’Associazione Americana delle Banche degli Occhi, i trapianti eseguiti nel 2023 genereranno negli Stati Uniti benefici economici stimati in quasi 8 miliardi di dollari nel corso della vita dei pazienti. Dal 1961 ad oggi oltre due milioni di persone hanno recuperato la vista grazie a questi interventi, e le banche degli occhi forniscono ogni anno tessuti a più di 80 000 pazienti. Questi numeri dimostrano che il dono di un singolo individuo può migliorare la qualità di vita di almeno due persone, perché da ogni donatore si ottengono due cornee.
Molti commenti raccolti sui social evidenziano che il pubblico non conosce la possibilità di donare la cornea: alcuni scrivono di non sapere nemmeno che esistesse la donazione di occhi, mentre altri confessano di aver segnato sulla carta d’identità la volontà di donare i propri organi. I pazienti operati raccontano di aver recuperato autonomia e felicità; chi è in lista d’attesa chiede maggiori informazioni su cheratocono e terapie. Tanti lodano gli operatori della banca degli occhi per la professionalità e chiedono più divulgazione, convinti che spiegare il percorso dalla donazione all’intervento aumenti le adesioni.
Come diventare donatori
In Italia è possibile manifestare la volontà di donare la cornea attraverso vari canali: firmando una dichiarazione presso l’Anagrafe al momento del rinnovo della carta d’identità, compilando il modulo dell’AIDO (Associazione Italiana per la Donazione di Organi, Tessuti e Cellule) o portando con sé una tessera che attesti la scelta. Anche chi soffre di difetti visivi, ha subito interventi refrattivi o porta gli occhiali può essere idoneo; ciò che conta è che la cornea sia sana e che il decesso avvenga in condizioni compatibili con il prelievo.
Informarsi e parlarne in famiglia è fondamentale: al momento della morte, i medici chiederanno ai congiunti il consenso. Sapere che la persona deceduta era favorevole alla donazione facilita una decisione spesso difficile. Grazie a questa catena di solidarietà, ogni anno migliaia di persone ritrovano la luce perduta.
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