Arizona Tribune - Vista dell'aquila: sfatiamo il mito delle otto volte migliori

Vista dell'aquila: sfatiamo il mito delle otto volte migliori
Vista dell'aquila: sfatiamo il mito delle otto volte migliori

Vista dell'aquila: sfatiamo il mito delle otto volte migliori

Il luogo comune secondo cui l'aquila possiede una vista otto volte superiore a quella umana è scientificamente infondato. Una rassegna del 2020 di ricercatori chiarisce che, sebbene i rapaci abbiano la massima risoluzione tra gli animali viventi, il loro vantaggio dipende strettamente da fattori come l'illuminazione e il contrasto, non da un potenziamento uniforme della visione.

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«Ha una vista d’aquila». È un’espressione comune per descrivere chi nota dettagli sfuggenti agli altri, ma la base scientifica di questo detto è errata. Il numero spesso citato, secondo cui l’uccello vede otto volte meglio di un essere umano, è falso. Simon Potier, Mindaugas Mitkus e Almut Kelber, tre ricercatori che studiano la biologia visiva dei rapaci, hanno chiarito questa questione in una rassegna del 2020 dedicata agli uccelli da preda diurni e notturni.

Nonostante l’infondatezza del mito dell’ottuplo, le capacità visive dei rapaci restano impressionanti. Un occhio umano con acuità normale (20/20) è in grado di distinguere a cento metri una riga larga circa tre centimetri. L’aquila codacuneata australiana, nei test condotti sui rapaci, riesce a distinguere una riga larga solo sei millimetri alla stessa distanza. Questo risultato supera di oltre quattro volte la visione umana media e di poco più del doppio quella dei migliori occhi umani. La fama dell’acuità visiva dei rapaci regge quindi in parte: la stessa rassegna scientifica conferma che alcuni grandi rapaci diurni, tra cui aquile e grifoni, possiedono la risoluzione più alta tra tutti gli animali viventi.

Tuttavia, il termine «rapace» è generico e non tutti i membri di questo gruppo eccellono nella visione. Lo sparviero di Harris, studiato nel 2018 dagli stessi ricercatori, mostra capacità visive paragonabili a quelle umane. In un esperimento condotto in un allevamento francese, tre femmine dovevano selezionare lo schermo corretto per ottenere una ricompensa, osservando monitor posti a cinque metri di distanza. I risultati hanno dimostrato che non vi è alcuna «magia», ma semplicemente un occhio ben adattato alle proprie esigenze ecologiche.

Un aspetto anatomico cruciale riguarda la fovea, la zona della retina responsabile della visione nitida. Mentre gli esseri umani ne possiedono una per occhio, i rapaci ne hanno due: una orientata quasi frontalmente e l’altra, più profonda, puntata lateralmente. Per guardare lontano mentre è posato, un rapace deve ruotare la testa di circa quaranta gradi. In volo, questa posizione diventa problematica: a velocità elevate, come i settanta metri al secondo (oltre 250 chilometri orari) del falco pellegrino, la resistenza dell’aria può raddoppiare o triplicare se la testa è girata. Secondo il modello proposto da Vance Tucker nel 2000, questa è la ragione per cui i falchi pellegrini si avvicinano alla preda disegnando una spirale, mantenendo la testa dritta per ridurre la resistenza aerodinamica. È importante notare che si tratta di un modello teorico, non di una prova definitiva.

La luce gioca un ruolo determinante nella performance visiva. Il record di acuità dell’aquila è valido solo in pieno sole, su uno sfondo netto e in una piccola zona dell’occhio. Al tramonto, la capacità visiva scende a circa un terzo. Inoltre, i rapaci sono molto meno abili degli umani nel distinguere sfumature di grigio, come riconoscere un’auto grigia nella nebbia. In questo specifico ambito, l’essere umano vince nettamente.

La visione dell’aquila è quindi ottimizzata per un solo scopo: vedere il dettaglio lontano con molta luce. Per tutto il resto, la nostra vista svolge efficacemente il proprio compito. Curiosamente, nei colori, alcuni rapaci superano gli umani. Nel 2018, lo sparviero di Harris ha dimostrato di separare righe rosse e verdi con una finezza doppia rispetto alla nostra, quando le righe avevano la stessa luminosità. All’epoca, questo rappresentava il valore più alto mai misurato in un animale per la discriminazione cromatica.

Y.Baker--AT