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La Scala applaude Turandot a 100 anni dalla prima esecuzione
In aprile 9 repliche con regia di Livermore e Luisotti sul podio
(di Francesco Brancati) Sono passati 100 anni da quell'aprile del 1926 che vide alla Scala aprirsi il sipario sulla prima assoluta di Turandot, ultima opera, incompiuta, di Giacomo Puccini, e il pubblico del teatro ne è ancora emozionato, come dimostrano gli applausi che ieri sera ha tributato all'ultima produzione del teatro con l'allestimento curato da Davide Livermore nel 2024, pensato per le celebrazioni dei cento anni dalla morte del compositore. Gli applausi sono andati a tutti gli interpreti, soprattutto a Mariangela Sicilia, dolce e delicata Liù, ma anche ad Anna Pirozzi (Turandot), Roberto Alagna (Calaf), Riccardo Zanellato (Timur), Biagio Pizzuti Paolo Antognetti e Francesco Pittari (Ping, Pang e Pong), Gregory Bonfatti (l'imperatore) e gli altri. Un apprezzamento particolare è andato all'Orchestra della Scala diretta da Nicola Luisotti e al coro, personaggio chiave dell'opera, guidato da Alberto Malazzi. Alla prima del 1926 Arturo Toscanini posò la bacchetta alla morte di Liù, nel punto della partitura in cui la musica di Puccini si interruppe per la sua morte, anche se era già disponibile l'integrazione di Franco Alfano, ripresa poi nelle repliche successive. Ieri sul podio il maestro Luisotti ha interrotto solo un attimo mentre il coro, silenzioso e compatto, è avanzato fino al proscenio e nella gigantesca sfera virtuale che ha sottolineato i momenti più drammatici dell'opera è comparso per alcuni secondi il volto di Giacomo Puccini. Ma l'integrazione di Alfano, per Luisotti è essa stessa "grande musica", che riprende melodie già presenti nella partitura di Puccini. Nel 1926 le scene erano quelle celeberrime di Galileo Chini, i costumi erano firmati dal grande Caramba e l'ambientazione era quella della storica Cina imperiale. Ma il grande melodramma non è una forma artistica statica, immutabile: l'opera si evolve, cerca nuovi stimoli per accompagnare una musica eterna al mutare del tempo. Livermore la ambienta negli anni '40, anche se a corte non mancano i costumi della grande tradizione imperiale cinese, realizzati da Mariana Fracasso. A movimentare la scena è però una tecnologia d'avanguardia, con scenografie progettate e realizzate dalla D-Wok, azienda di entertainment design che proprio nel regista ha il suo direttore creativo insieme agli scenografi Paolo Gep Cucco ed Eleonora Peronetti. Ne è uscita una 'Turandot' tradizionale nelle intramontabili note di Puccini e nella favola della 'principessa di gelo' convertita all'amore dal bacio del principe Calaf, ma raccontata con i mezzi degli anni Duemila in una Pechino teatrale, con aironi fatti volare da figuranti e un cavallo trasparente azionato da due umani, e anche un po' cinematografica con insegne al neon e una profondità visiva aumentata, ottenuta attraverso una enorme parete-video di 12 metri per 9 a fare da sfondo tridimensionale. Poi l'enorme sfera virtuale, più simile a volte a una luna piena, ha guidato l'attenzione dello spettatore ai momenti cruciali della vicenda, come la notte del 'Nessun dorma', o colorandosi di rosso sangue per la morte del principino di Persia (Haiyang Guo) nudo sulla scena, o d'oro come il sole allo sbocciare dell'amore nell' anima di Turandot. Una suggestione che ha colpito lo spettatore. L'opera occuperà il cartellone scaligero con nove repliche, tutte già esaurite, dall'8 al 29 aprile, alcune delle quali con un cast alternativo che vedrà nei ruoli principali Angelo Villari (Calaf), Ewa Plonka (Turandot) e Selene Zanetti (Liù).
F.Wilson--AT